Quest’anno, dopo un paio di “giri a vuoto” per questioni diverse, sono riuscito a ritagliarmi una decina di giorni di mare in un campeggio sulle coste della Toscana. Uno dei riti “estivi” che mi piace sempre rispettare e onorare, quando riesco ad andare in vacanza per qualche giorno, è riscoprire il piacere della lettura dei quotidiani. La mattina di queste – poche – pigre giornate di relax inizia sempre con una visita al bar per l’acquisto di brioche e cornetti casuali, e all’edicola per comprare due o tre giornali. Tutti i giorni.

E come ogni volta, al termine del primo giro di lettura rapida, mi ritrovo sempre a sfogliare le pagine alla ricerca di qualcosa che parli di videogiochi. E come ogni volta, sento ribollire in me rabbia e frustrazione quando non trovo nulla, ma proprio nulla di nulla. In dieci giorni di febbrile consultazione delle sezioni cultura/spettacoli/economia dei giornali, di dita consumate a sfogliare gli inserti e i gargantueschi magazine allegati, ho trovato UNA sola, piccola notiziola scritta da Federico Cella, in un trafiletto di Corriere Economia, relativa all’uscita di Gears Pop!. Davvero un po’ pochino, specialmente nei giorni immediatamente successivi la conclusione di gamescom.

È un discorso trito e ritrito, che io stesso ho affrontato, più o meno a scadenza annuale, ogni volta che tornavo dalle ferie, sulle pagine (cartacee o virtuali che siano) di The Games Machine. Spiace constatare, a distanza di anni, che non sia cambiato assolutamente NULLA rispetto al passato. Quello che valeva nel 1999, nel 2003, nel 2010, nel 2015, vale ancora oggi. In maniera del tutto immutata. Un’ostinazione, quella dei grandi mezzi di comunicazione, nel non voler trattare l’argomento in alcuna forma, che davvero non trova spiegazioni.

gears pop

So cosa state pensando, e avete ragione: se non è cambiato niente, perché sto scrivendo queste inutili righe? Onestamente non lo so neanche io, ma a questo giro mi sono ritrovato a constatare che, per chi si informa sul mondo sfogliando un quotidiano, i videogame semplicemente NON ESISTONO. Non fanno parte della loro realtà. Non appartengono alla narrazione del mondo che questi giornali mettono in piedi. E non mi capacito del perché questo accada. Davvero, non me ne capacito.

Poteva essere che dieci, o vent’anni fa il settore fosse un po’ più di nicchia rispetto a oggi (no, non è vero), che il giro d’affari fosse poco interessante (no, non è vero), o che in generale l’industry non avesse granché da dire (no, non è vero). Oggi le condizioni sono cambiate, la platea è enorme, il giro d’affari pure, nel settore succedono cose in continuazione. Belle e brutte. Giornalisticamente, intendo dire, di storie da raccontare ce ne sarebbero davvero tante. E mi intristisce profondamente scoprire che i giornali non le vogliono raccontare mai.

La prima, istintiva reazione è quella di guardare gli altri contenuti e pensare “ma perché questo sì e [videogioco a caso] no?” “Perché due pagine alla tal manifestazione/libro/evento/spettacolo teatrale e per [qualsivoglia argomento legato ai videogiochi] invece neanche due righe?” Mi rendo conto però che è un approccio sbagliato, perché se la prende con i soggetti sbagliati. Non è neanche la voglia di essere io quello che scrive di videogiochi sui grandi quotidiani nazionali. Ci sono un sacco di persone più brave e più competenti di me che potrebbero farlo, meglio di come potrei io, e sarei ben contento di leggere quello che scrivono. Il punto è che proprio non posso farlo. E – di nuovo – non me ne capacito.

per chi si informa sul mondo sfogliando un quotidiano, i videogame semplicemente NON ESISTONO

Non ho una risposta, e mi immagino già la reazione di molti che mi conoscono: di base, il discorso girerà attorno al fatto che “tanto di videogiochi leggi altrove, mica ti serve trovarli su Repubblica o sul Corriere”. Oppure “leggi altri giornali, che ne parlano”, o ancora “i siti delle testate generaliste trattano spesso di videogiochi”. Tutto vero, ma non mi basta. Non mi basta, perché vorrei capire, e lo dico con tutta la sincerità che mi è possibile, perché di videogiochi non sia possibile parlarne anche sui quotidiani cartacei. Magari in maniera corretta, che superi il solito binomio “doom-sparatorie”. Con una esplicita sezione dedicata, tanto quanto ce l’hanno cinema, teatro, libri e quant’altro. Gli argomenti certo non mancano, ma rispettando quanto scritto sopra, non starò qui a fare la lista della spesa. Negare uno spazio di esistenza a un’intera industria, con le sue dimensioni (economiche, culturali), nei luoghi in cui viene costruita l’esistenza stessa delle cose, è inconcepibile. Parlo da fan, ovviamente, e non escludo che questo discorso possa applicarsi anche ad altre realtà, ma quella dei videogame mi appare sempre più come una bizzarra e inspiegabile anomalia.

Piccola nota conclusiva: la domanda non è retorica, ma legittima. Non mi aspetto che le cose cambino da un giorno all’altro. Non mi aspetto neanche che cambino. Vorrei solo capire perché le cose stanno così.