Si è parlato tanto, in questi giorni, di “dipendenza da videogiochi”, spesso a sproposito. Al nostro Marco Tassani, che ricordiamo essere medico, è salito un po’ il crimine e ha pensato di scrivere due righe sull’argomento. Ve le lasciamo qui sotto… fatene buon uso.

«La notizia sta facendo impazzire il web, e il web sta facendo impazzire il sottoscritto: da qualche giorno l’OMS ha pubblicato la nuova versione, l’undicesima, del ICD (International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death), classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati importante per fini statistici e diagnostici, nonché tanto cara ad assicurazioni e certificati vari. Il fatto incriminato è l’inserimento del Gaming Disorder tra i disturbi del comportamento. Fin qui niente di eclatante: come in tante altre dipendenze, per effettuare una diagnosi del genere è necessario rispettare dei criteri ben precisi, come un’abitudine al gioco dalla durata di almeno dodici mesi e che metta in seria compromissione la propria vita lavorativa, sociale, educativa e personale, in cui la priorità concessa al tempo di gioco supera quella dedicata ad altre attività e interessi. Lo stesso sito del WHO, in postilla, afferma che solo una piccola parte della popolazione possa essere interessata dal problema, e da medico non posso che essere felice di vedere affrontato un problema serio come questo in maniera finalmente dignitosa e pari ad altre dipendenze.

Trovo inaccettabile parlare di malattia mentale, anche solo per “comodità”, perché agli occhi del lettore di passaggio il veder associato al videogioco un “problema mentale” lancia un messaggio chiaro e preciso.

Ciò che trovo inaccettabile è il “solito” modo in cui viene trattato il nostro passatempo preferito, continuando a demonizzarlo in ogni modo e maniera. Se ormai mi sono trasformato in un triste Don Chisciotte in perenne lotta contro i mulini “generalisti”, sempre pronti a gonfiare parole a caso pur di far notizia, non riesco ad accettare colleghi (o per meglio dire ex colleghi, ché il Team Crimine per definizione è un branco di lupi sciolti) che compiono lo stesso sbaglio, in maniera più o meno dolosa. Trovo inaccettabile parlare di malattia mentale, anche solo per “comodità”, perché agli occhi del lettore di passaggio il veder associato al videogioco un “problema mentale” lancia un messaggio chiaro e preciso, cosa che non avviene per altre dipendenze come l’alcool o il gioco d’azzardo. Avete mai letto che “Chi alza il gomito è un malato mentale”? Io no. Eppure se impugno il pad della PS4, a quanto pare, lo sono.
Infine, questa storia sta alzando un vespaio fuori misura invece di essere affrontata per quello che è, ovvero un aggiornamento di un elenco prettamente ad uso statistico e diagnostico, che in passato (nella sua nona incarnazione, per la precisione) vedeva sotto il codice internazionale 30252 la dicitura “con storia omosessuale” tra la lista di patologie e cause di morte.
Parliamone, discutiamone e rallegriamoci di vedere finalmente quelle persone che, in piena dipendenza, ora posso dare un nome al proprio problema; ma per favore, evitiamo la mala informazione parlando di “malattia mentale” con troppa leggerezza, lasciando passare un messaggio chiaro e tondo nei confronti del genitore che vede il proprio figlio passare qualche ora col pad in mano.
Dott. Marco Tassani»