Quest’oggi Milena Gabanelli ha pubblicato un reportage (con annesso video) sull’industria dei videogiochi, dove vengono snocciolate un po’ di cifre, qualche dato, il profilo del gamer “medio” e le “solite” infografiche sul fatturato dell’industria dei videogiochi, che supera di un ordine di grandezza quelle di cinema e musica. Tutte cose che chi bazzica l’ambiente conosce da un pezzo, ma che non sempre la stampa generalista si preoccupa di comunicare con correttezza.

Viene affrontato il discorso del “gaming disorder” sollevato qualche mese fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è questione abbastanza complessa, e di sicuro lungi dall’essere considerata assorbita e trattata in maniera definitiva.

gabanelli videogiochi

Volendo essere un po’ cinici, si potrebbe dire che il servizio/articolo non fa molto più che riportare dati e fatti. Volendo essere ancor più cinici, si potrebbe dire che sotto molti punti di vista questo è esattamente ciò che dovrebbe fare il buon giornalismo: riportare fatti, così come sono, e solo successivamente – ed eventualmente – commentarli, provare a spiegarli, trovare chiavi di lettura. Ultimamente, invece, e non solo in ambito videoludico, sembra andare per la maggiore l’approccio contrario, quello del cercare fatti (anche solo parziali) che possano in qualche modo assecondare la propria narrazione. Un po’ come quei poliziotti dei film americani che cercano prove in grado di incastrare la persona che hanno già deciso essere il colpevole.

Volendo essere un po’ cinici, si potrebbe dire che il servizio/articolo non fa molto più che riportare dati e fatti

Per finire, ed è la cosa che più mi ha colpito positivamente del servizio della Gabanelli, è la conclusione in cui viene – finalmente! – addossata qualche responsabilità ai genitori. Perché se i videogiochi, così come YouTube, e gli smartphone in generale, sono il mezzo più comodo per far star tranquilli i bambini (che oddio!, non sia mai che abbiano voglia di giocare e/o di muoversi, e vanno invece tenuti in “stand-by” secondo le necessità di chi se li porta appresso tipo pacchetto della spesa) forse è anche il caso di dirlo, che non è proprio tutta colpa dei videogiochi, ma di chi glieli mette in mano perché sono un’efficace baby sitter. Ma anche no, eh, che le baby sitter sono altra cosa: diciamo che sono un ottimo interruttore che li “disattiva” per un po’.

gabanelli videogiochi

Ci sarebbe da fare tutto un discorso sociologico molto ampio su quanto si tenda sempre più a ridurre al minimo la responsabilità propria, genitoriale ma non solo, e si cerchi in ogni modo, sempre e comunque, di trovare colpe e giustificazioni esterne ai propri errori, agli sbagli, alle cazzate che facciamo. Ma ce lo teniamo per un’altra volta. Per oggi va bene così.