Qua c’è una guerra in ogni giorno, ed è una lunga storia
Questa è la storia di una lunga guerra, e la memoria
Covo la pace da una vita, ma metto un divario
Noi siamo uguali, ma è il giudizio a rendermi avversario
Colle Del Fomento – Storia di una lunga guerra

AVVERTENZA: Questo articolo parla esclusivamente della campagna di gioco; questo articolo contiene spoiler sulla campagna di gioco; questo articolo è stato reso possibile solo grazie al dialogo con un amico brillante e inestimabile come Tommaso Tocci, cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti.


FIRE IN THE HOLE

Qualcosa doveva esplodere. Ogni lancio di Call of Duty non può esimersi da una discussione a riguardo. Tutto si può dire del titolo di Infinity Ward (o a essere pignoli Infinity Ward, Raven, High Moon Studios e Beenox, che ormai da anni forniscono supporto aggiuntivo allo sviluppo) tranne che non sia capace di fare rumore. L’evento scatenante, tuttavia, questa volta non riguarda qualche sequenza particolare dura o scioccante di Modern Warfare (non che manchino, intendiamoci) ma il contesto a cui è legata una delle missioni, ambientata nella famosa Highway of Death.

La Higway of Death è una lunga strada piena di edifici e veicoli distrutti, bombardati – secondo la descrizione del filmato che precede la missione – dall’esercito russo. Basta una rapida ricerca su Google per rendersi conto che la verità è ben distante: i bombardamenti furono operati dall’esercito americano in quello che rimane uno degli eventi più contraddittori della Guerra del Golfo. A gettare benzina sul fuoco ci pensano altri dettagli scenici che rendono tale “svista” ancora più inquietante. Una descrizione dettagliata della situazione è ben documentata in questo articolo di Eurogamer da cui copio e incollo un estratto:

«…there’s a lot of similarities between the real-life event and the in-game version. The majority of destroyed vehicles in the level are civilian, which tallies with the Department of Defense’s report that only 28 of the thousands of burnt out vehicles on the main road were of military quality. Several eyewitness reports from the real-life Highway of Death stated Iraqi soldiers held up white flags of surrender, and in Modern Warfare, white flags are used to mark the wind direction for sniping. It could just be a coincidence, but the resemblance is rather uncanny.»

(traduzione per i non anglofoni)
«Ci sono molte similitudini tra gli eventi reali e la versione in game. La maggior parte dei veicoli distrutti della missione è civile, in linea con il rapporto del dipartimento della difesa che rilevò come solo 28 delle migliaia di veicoli bruciati sulla strada principale erano militari. Molte testimonianze della vera Highway of Death dichiarano che i soldi iracheni innalzarono bandiere bianche in segno di resa e in Modern Warfare le bandiere bianche vengono usate per marcare la direzione del vento durante la fase di cecchinaggio. Può essere solo una coincidenza, ma la somiglianza è comunque inquietante.»

call of duty modern warfare speciale higway of hell

La stessa missione ci vede impegnati a fermare un convoglio nemico: aggiungiamolo pure ai dettagli inquietanti. Come se non bastasse, nelle fasi finali la posta in gioco viene ulteriormente alzata quando uno dei protagonisti decide di utilizzare delle armi chimiche. Tanto nella realtà quanto nella finzione, assistiamo a una chiara violazione delle regole di ingaggio. Varie condanne per crimini di guerra durante il bombardamento americano, un cambio netto della percezione, fino allora quasi immacolata, della milizia ribelle nel gioco. Altra coincidenza, altro dettaglio, stessa inquietudine.

Premesso che Call of Duty non è mai stato, e probabilmente mai sarà, un documentario storicamente accurato su reali teatri di guerra, è comunque difficile ignorare questi riferimenti. Tutta la storia della saga è fatta di saccheggi e rimaneggiamenti di materiale storico o finzionale: in questo, il nuovo Modern Warfare non fa eccezione. Che si tratti di citare la scena dell’irruzione nelle caverne di Sicario o le operazioni di infiltrazione di Zero Dark Thirty, da sempre assistiamo a un continuo rimpallo tra realtà e fantasia, tra storia e fantapolitica. La domanda più ingenua, sotto questo punto di vista, è: perché scegliere riferimenti tanto precisi (come quella dell’autostrada della morte), quando molte altre parti sensibili sono state furbescamente modificate per distaccarsi dalla problematica controparte reale?

Tutta la storia della saga è fatta di saccheggi e rimaneggiamenti di materiale storico o finzionale: in questo, il nuovo Modern Warfare non fa eccezione

Le risposte, a occhio, sono due. Può trattarsi di reale volontà di propaganda. In questo caso ha più senso parlare di presa per i fondelli all’utente, visto che le informazioni alterate sono così pacchiane da risultare quasi parodistiche. In alternativa – in perfetto stile Infinity Ward – potrebbe semplicemente essere un problema di faciloneria. Attenzione, però: non si tratta di incapacità o scarsa professionalità, ma di sciatteria. Non saprei come altro definire la scelta di liquidare così facilmente alcune scelte che, invece, avrebbero avuto bisogno di qualche riflessione in più.

Partiamo da questo. Call of Duty è un gioco con tendenze propagandistiche filo-americane? Lo è, nella misura in cui è fatto da un team che vive e assorbe tutti i giorni il macro-mondo “America” intorno a esso. Lo è nel momento in cui una narrativa di genere si mette nella scomoda posizione di maneggiare materiale che, per sua stessa natura, è tutto fuorché neutrale. Scambiare il nome di Al-Qaeda con Al-Qatala, descrivendolo come un “gruppo terroristico anarchico”, non ti può mettere al riparo da una serie di riflessioni sul fondamentalismo islamico, soprattutto quando diventa materiale narrativo attivo.

Dall’altro lato non si può nemmeno filtrare tutto attraverso l’ideale dell’eroismo americano come unica, diabolica, chiave di lettura. Ne esce una versione depotenziata, che non tiene conto di alcune criticità e di alcune scelte ben precise che, invece, sembrano muoversi in direzione opposta. Forse è sbagliato parlare di propaganda, quasi che COD sia parte attiva nell’indottrinamento di alcune nozioni, quando al massimo ne subisce lui stesso l’umore generale e ne funge da inconsapevole rinforzo.

call of duty modern warfare speciale american propaganda

Ciò non vuol dire che non ci sia un atteggiamento di esaltazione della cultura delle armi e della figura mitologica delle forze armate, intendiamoci. In definitiva, però, a patteggiare per l’una o l’altra parte si perde la grande ambiguità e la difficoltà di lettura di un prodotto che, da sempre, si inserisce in maniera scomoda all’interno del panorama dell’intrattenimento. Un prodotto che vive di contraddizioni, e che costantemente tradisce le sue tendenze espressive. Ed è questo che, almeno a parere di chi scrive, lo rende affascinante e degno di essere guardato con la giusta serietà e attenzione.

Per quanto la poetica e l’intento di Call Of Duty puntino a mettere in scena un action cinematografico ben incastrato sul binario di “genere”, non c’è mai stata la voglia (o la capacità) di gestire adeguatamente il contesto in cui queste situazioni avvengono. Una bomba nucleare può esplodere in una città mediorientale in una scena scioccante e affascinante, ma non si può nemmeno far finta che sia un’arma come tutte le altre, o una città come tutte le altre. Non è così che funziona.

Non significa non saper distinguere tra finzione e realtà (siamo tutti abbastanza adulti per questo, spero), ma saper interpretare quello che ci troviamo dinanzi nel momento in cui i riferimenti sono così chiari e in cui – giocoforza – interrogano il nostro background culturale. Magari è per questo che l’ancora di salvataggio che più di dieci anni fa teneva in piedi il primo Modern Warfare oggi non riesce più nel suo intento: un’ancora di salvataggio che si chiama Russia.



SEARCH AND DESTROY

Facciamo un passo indietro e torniamo al 2007, all’uscita di Call of Duty: Modern Warfare. Per la prima volta nella sua storia la saga di Activition decide di affrontare un’ambientazione calata nella contemporaneità. La scelta si rivelerà vincente, ma è qui che comincia il problema di avere a che fare con un mondo più lontano dai libri di Storia e più vicino a quello dei telegiornali. Il modus operandi con cui viene condotta l’operazione è cristallino, e a prova di bomba: saccheggiare a piene mani dalla narrativa nazional-popolare.

Credo che nessun prodotto di intrattenimento dipinga con efficacia tutte le idiosincrasie dell’action-militarista moderno come la serie TV 24. La saga di Jack Bauer è praticamente un bignami che assorbe e rielabora dieci anni di geopolitica militare in tutti i suoi aspetti, e rappresenta un perfetto contraltare di analisi. Esattamente come in 24, il doppio fronte di guerra è quello tra i russi e i terroristi islamici, in una scala gerarchica che segue sempre lo stesso schema. Si parte dal terrorismo come insieme di situazioni e vicende, poi si arriva alla macchinazione e alla manipolazione di interessi da parti di forze nazionaliste di matrice russa. A onor di cronaca, ricordiamo che la compenetrazione di questi due attori fa leva, di nuovo, sulla occupazione decennale russa su suolo afgano. La scelta iconica dei “grandi nemici dell’Occidente” è più effetto che causa, ma il confine è labile, nella grande operazione di rielaborazione e introiezione della realtà nella narrativa e viceversa.

call of duty modern warfare speciale guerra russo afgana

È un meccanismo storico, uno scontro fra tesi e antitesi che vuole la realtà digerita e rielaborata attraverso lo specchio nero dei mezzi di comunicazione. Il problema è che la Storia si muove più velocemente rispetto alla nostra capacità di saperne schematizzare la sua temporalità, peggio ancora i suoi significati. Infinity Ward non sfugge a questo meccanismo. Per questo, paradossalmente, la posizione di Modern Warfare, nel 2007, era di rispettabile vantaggio: siamo alla fine di un’amministrazione, quella di Bush, che ha fatto della guerra al terrorismo un pilastro decennale nella cronaca mondiale. L’andazzo generale di tutta la narrativa di genere aveva trovato un porto sicuro nel giustificato rinnovamento dell’eroismo americano. Ricordiamo che gli USA si stavano difendendo da un attacco e la loro era una pronta e doverosa risposta verso un nemico inumano e inconcepibile, fuori da ogni logica civile e morale occidentale. Al-Qaeda era il diavolo perfetto perché non lasciava spazio a nessuna ambiguità etica, paragonabile forse solo alla pura malvagità iconizzata dal Terzo Reich.

Era un mondo nettamente diverso da quello di attuale. C’era un pubblico più ingenuo e meno interconnesso, anche meno attento a certi dettagli nel momento in cui una certa narrativa marcava blandamente un sentimento più grande che riguardava tutto l’Occidente. Per questo la rete di salvataggio presentata dalla minaccia “comunista” (anche se mai messa in questi termini) era ancora socialmente accettata e, ironicamente, innocua.

Paradossalmente, la posizione di Modern Warfare, nel 2007, era di rispettabile vantaggio

Se veniamo a oggi, capiamo quindi che il vero problema alla base del nuovo Modern Warfare è che quel contesto narrativo non ha fatto un passo avanti dal lontano 2007, incapace – per mancata voglia o sofisticatezza – di almeno provare a intercettare un mondo odierno in cui le regole di ingaggio sono profondamente mutate. Riproporre pedissequamente lo stesso telaio mostra solo i suoi limiti e la sua scarsa malleabilità di fronte alle situazioni geopolitiche attuali. Peggio ancora va quando la nuova scala di grigi dei singoli dettagli (che, per inciso, funziona e funziona anche bene all’interno dell’organigramma narrativo) rende ancora più vistosa e desolante la macchia rossa che fa da recinto a tutta la struttura.



WAR NEVER CHANGES

Ci sono due lenti che permettono di mettere a fuoco Call Of Duty. Quella del “cosa”, del senso, del significato che quel contesto storico racconta a chi gioca; quella del “come”, ovvero il mero svolgersi degli eventi, fatto di ondate di nemici, esplosioni e momenti che oscillano tra l’esaltante e lo scioccante, senza conoscere altri mezzi termini. Ho sempre avuto l’impressione che a chi concepisce le campagne di COD importasse più del come, piuttosto che del cosa: di come creare la situazione di tensione, mentre esploriamo una casa in notturna, decidendo chi è un terrorista e chi un civile; di come scioccare il giocatore e metterlo a disagio facendogli sparare a dei civili; di come fargli sentire la pressione e l’ansia nel premere il grilletto di uno sniper rifle con un bersaglio a 600 metri di distanza.

Il perché tutto avvenga (o quali siano i motivi delle azioni compiute) resta legato a un contesto fumoso, che ha il compito di mettere insieme i fili che legano tra loro missioni diametralmente diverse come temi e meccaniche. È la forza più grande della saga e, allo stesso tempo, il limite che poche volte è stato aggirato dalla saga stessa (brillantemente in alcuni casi, come nel flusso di ricordi di Black Ops, che abbandonava una narrazione lineare e abbracciava dialetticamente la frammentarietà del racconto).

Il problema più grande di Modern Warfare non sta nel come si dipanano gli eventi: il titolo di Infinity Ward brilla per inventiva e capacità di creare tensione, tanto che la campagna, ludicamente, è una delle migliori di tutti i tempi. Il problema è semplificare un mondo dove l’etica, nell’ambito bellico, è cambiata profondamente da quella che conoscevamo dai libri di Storia: il messaggio è fortemente edulcorato nel momento in cui siamo chiamati a irrompere dentro una stanza e decidere, in pochi istanti, se la donna che vediamo di fronte a noi sta cercando di prendere il suo bambino o l’AK-47 poggiato sul tavolo (e, qualora spariate reiteratamente al neonato, vi ritrovereste riversato addosso tutto il biasimo di Infinity Ward, come si evince dal filmato qui sotto).

Questa è proprio la cosa che personalmente odio e amo di Call Of Duty: le persone che danno vita al caso di Highway of Death sono le stesse che, la missione dopo, si avventurano con una certa incoscienza in territori a dir poco minati, con molta caparbietà e con una maledetta regia che ha dell’eccezionale. Se l’intero gioco fosse esclusivamente parametrato a un filmetto di serie B (con i russi e gli americani relegati a macchiette) sarebbe facile archiviare il tutto e passare oltre; tuttavia, In Modern Warfare esistono momenti altissimi e spunti di riflessione che non possono essere ignorati.

Non è un problema solo di Inifity Ward il pescare dal cestone il giusto filtro per raccontare e vagliare ciò che oggi, intorno a noi, appare sempre più confuso e di difficile lettura. L’essere in buona compagnia non può trasformarsi nella licenza di nascondersi dietro un didascalico compendio scolastico, sperando che da solo fornisca un recinto invalicabile dentro cui raccontare la “guerra moderna”. Il rischio maggiore è che la rinnovata capacità di saper scioccare il giocatore diventi – al contrario – un modo di avallare, esteticamente, il neo-nichilismo del mondo moderno, dove “giusto” e “sbagliato” sono concetti superati da una forma di nuova verità, avulsa dai fatti, dalle opinioni e dai profitti, dove nessun visore notturno, per quanto sofisticato, può fare chiarezza.

Lo iato tra le due visioni si allarga ancora di più proprio perché il contesto narrativo si dimostra non all’altezza della qualità della narrazione. E la cosa peggiore è che Modern Warfare sembra assolutamente conscio di questo cambio di prospettiva, ma sembra non aver fatto nulla per adeguarsi. Non a caso l’accento viene posto su un concetto che viene rimarcato in più di un’occasione.



PROXY WAR

Il concetto in questione è quello di “Guerra per procura” (Proxy War in inglese). In questo articolo si dice che «nel 1964 lo scienziato politico K. Deutsch ha definito le Proxy wars come un conflitto internazionale tra due potenze straniere, combattuta sul suolo di un paese terzo; travestito come un conflitto su una questione interna di quel Paese; e l’utilizzo di manodopera, delle risorse e del territorio di quel Paese è il mezzo per raggiungere degli obiettivi estranei al Paese dove avvengono gli scontri».

Tutta la narrativa di Modern Warfare ruota intorno a questo perno che ha il compito, da solo, di sorreggerne l’interezza. Il furto di alcune armi chimiche e un attentato sul suolo londinese rivendicato dal gruppo terroristico di Al-Qatala spingono i vertici USA a una serie di operazioni nel territorio dell’Urzikstan. Qui è in atto una violenta guerra civile tra le forze di opposizione e un gruppo ribelle, capeggiato da Farah e suo fratello Hadir. Il team di Price ha il compito di “aiutare” le milizie per recuperare le armi chimiche e fermare la minaccia russa.

call of duty modern warfare speciale proxy war

Tutte le operazioni che vengono compiute sono legate alle vicende delle forze di liberazione urzkistane. Da sola, la keyword “proxy war” deve in qualche modo farsi carico di giustificare praticamente ogni evento: è l’alibi perfetto per la nuova anima americana, spietata e cinica, che usa e abusa di ciò che le serve, per poi gettarlo quando i suoi interessi divergono da quelli degli alleati. L’idea è affascinante, ma avrebbe meritato più intelligenza e perspicacia nell’essere trattata, come invece accade quando il gioco descrive Farah e Hadir, ovvero le due figure che meglio riescono ad acquisire una vera dimensione psicologica, dove la ricerca di un’etica della battaglia non pare più una trovata a buon mercato, ma un valore da vagliare attraverso i loro occhi e le loro azioni.



HOMETOWN

Nella missione che riguarda Farah vestiamo i suoi panni di bambina, mentre veniamo recuperati da sotto delle macerie per essere portati in salvo. L’esercito sta invadendo la città e, dopo una concitata fuga, ci troviamo prima segregati in casa, alla mercé di un soldato russo, e subito dopo a fuggire per strade piene di cadaveri sofferenti e civili in agonia, a causa delle armi chimiche utilizzate. La mente corre ovviamente al “facile shock” di No Russian, con la differenza che, stavolta, la prospettiva è ribaltata: l’orrore è quello di una bambina disarmata e inerme.

La missione è probabilmente una delle migliori mai realizzate all’interno di tutta la saga, e riesce ad alternare momenti di genuino terrore ad altri di puro orrore. In un episodio dove i marine sono sempre più equipaggiati, preparati e spietati, questo frammento spicca per la capacità di mettere in pausa il classico gameplay e spostare il focus sulla semplice e brutale sopravvivenza di un civile di fronte a una minaccia così spaventosa. Credo che sia facile fare anche dei cinici commenti sul fatto che il meccanismo dietro la forza emotiva di questa missione sia comunque poco diverso da quanto accade in No Russian o, in generale, dalla capacità di Infinity Ward di avventurarsi nello shock facile, per colpire il giocatore.

call of duty modern warfare speciale no russian

Ciò, tuttavia, non toglie molto alla potenza di della sequenza, più vicina ai documentari sulle atrocità che avvengono in Siria o in Libia che alla calibrata fascinazione dei film hollywoodiani. È uno dei motivi per cui Call of Duty va preso sul serio, soprattutto se pensiamo che il target di riferimento sono gli adolescenti di un certo mondo occidentale che – per mille motivi – trovano nei videogiochi il primo vero approccio a una dimensione etica che ignorano o che non gli è mai stata comunicata in modo efficace. La chance di viverla sulla propria pelle (pad alla mano, lontano dall’anestetismo televisivo ormai incapace di comunicare alcunché) giustifica l’importanza di un prodotto come Call of Duty, e sottolinea la responsabilità che questo prodotto ha nel mondo dell’intrattenimento.

in un mondo in cui chiediamo che i giochi abbiano il fegato di parlare di politica, di società, del mondo, della realtà, Call of Duty non si è mai tirato indietro

Responsabilità non è una parola scelta a caso, perché nel momento in cui queste scene vanno a comporre loro stesse il testo narrativo di una realtà vicino alla nostra, non possono evitare di portare con sé messaggi intrinsecamente legati. Districarsi in questa altalena emotiva – capace di brillare in splendidi momenti, per lasciare spazio al qualunquismo disarmante – è da sempre un’operazione necessaria per attraversare lucidamente la campagna di Modern Warfare. Le sue molteplici anime possono convivere se ci si riesce a sbrogliarsela attraverso le sue aporie. Il dialogo con il testo narrativo risulta intrigante e fertile solo se si ha la pazienza di interrogarlo a sufficienza. E non perché questo non abbia nulla da dire, ma perché a volte, semplicemente, fa fatica a parlarci. Il guadagno che si ottiene, però, è necessario: in un mondo in cui chiediamo che i giochi abbiano il fegato di parlare di politica, di società, del mondo, della realtà, Call of Duty non si è mai tirato indietro. Ha sbagliato e ha fatto errori talvolta pacchiani, ma ha messo sul piatto anche cose interessanti, e a suo modo è sempre riuscito a risultare innocuo eppure feroce. Il coraggio lo ha sempre avuto, o almeno con questo episodio sembra averlo ritrovato. Questo, ai ragazzi di Infinity Ward, va infinitamente riconosciuto.