Games as a Home. Abbreviato, GaaH. Una sigla che potrebbe richiamare alla mente sopiti ricordi gaburriani, ma non è questo l’argomento di oggi. Piuttosto, di come la recente espansione di Destiny 2, Ombre dal Profondo, faccia pensare più alla definizione di Games as a Home, che non all’ormai abusato Games as a Service che tanto va di moda oggi.

Premessa con full disclosure incorporata: ho scoperto il primo Destiny ormai a “fine carriera”, con l’espansione I Signori del Ferro uscita da un pezzo, e con tutte le magagne abbastanza a posto (non chiedetemi quali, Ivan Conte me l’ha detto ma ho rimosso tutto). Mi sono perso il grind brutto della prima fase, non ho scoperto le cose un pezzettino per volta, ma mi ci sono divertito da matti. Per il gioco, certo, ma più che altro perché andavo in giro a fare pew-pew-pew con Astrotasso e Ivan, più qualche sporadica comparsata di Davide nelle partite di Frattura (e solo quelle), che se c’è qualcosa di anche solo vagamente sportivo, lui non si tira mai indietro.

Ho scoperto il primo Destiny quand’era ormai a fine carriera, ed è stata subito scimmia brutta

Ed è stata scimmia brutta, ovviamente. Sicuramente tardiva, ma brutta. Con Destiny 2 non sono stato da meno, evidentemente, come ben sanno le mie figlie, che ho lasciato alla mercé dei gatti per intere settimane. Mi sono sciroppato nefandezze come La Maledizione di Osiride e L’Armeria Nera, perché oh, chi sono io per dir di no a qualche nuova arma, a un assalto nuovo, e qualche Crogyolyno in compagnia? Negli ultimi mesi mi ci sono dedicato molto meno, sia per il fatto che le espansioni, appunto, non erano esattamente cose per cui strapparsi i capelli, ma soprattutto perché nel frattempo era uscita quella cosa che si chiama The Division 2, che pure si è rivelato un discreto prosciuga vita.

shadowkeep ombre dal profondo

Poi è uscito Ombre dal Profondo. Un prodotto che sembra quasi un reboot, più che una semplice espansione. Che lascia quasi interdetti, per chi come me non mette mano al gioco da un po’ di tempo. Lasciamo perdere la storia, che lì si entra in un ginepraio infinito, che merita un discorso a parte e che torneremo ad affrontare non appena Mauro Ferrante avrà voglia di farlo. Lo stupore, a tratti mischiato allo scoramento e alla frustrazione, nasce per la mole di novità inserite nel gioco che uno si trova davanti all’improvviso. Le quest sono organizzate in maniera diversa, insieme alle taglie, il negozio dell’everversum è accessibile sempre (eh), ma al di là della UI le vere novità stanno nella gestione delle armi e dei vestitini, arricchiti da molte più statistiche, la possibilità di cambiarne l’aspetto (finalmente!), livelli e artefatti da aggiungere, e un sacco di altra roba. Ho cominciato a sperimentare qualcosa appena raggiunto il soft cap da 900 punti luce, ma non voglio buttare via troppi materiali prima di arrivare a un livello decente, e comunque mi sono reso conto che c’è da studiare un po’, prima di fare danni. E poi non ho ancora droppato il Monte Carlo, figuratevi se mi metto a sprecare cose.

shadowkeep ombre dal profondo
Tu quoque, Sam Fisher?

Però ecco, nello stupore e nello smarrimento iniziale, ci vedo anche due cose buone: la prima, forse un po’ ingenua e romantica, è che mi piace pensare a questa gragnuola di novità come il modo più diretto ed efficace con cui Bungie ha voluto sottolineare al mondo che adesso Destiny è roba loro, e che lo vogliono portare avanti come meglio credono, senza interferenze o altro (per quanto tutti, da parte di Bungie e di Activision, abbiano sempre spergiurato sulla massima libertà creativa per lo sviluppatore). Il secondo motivo di piacere, decisamente più mondano, è che l’idea di doversi mettere d’impegno – ancora una volta – per capire bene le dinamiche delle cose, il funzionamento di questo o quell’altro perk, ecc. ecc., mi entusiasma come non mi capitava da un po’ di tempo. Non nel mondo di Destiny, perlomeno. Quindi, almeno per quanto mi riguarda, achievement unlocked. Sono di nuovo ufficialmente scimmiato.

Bastano pochi istanti di pew-pew-pew, e ci si sente subito a casa

Però c’è un’altra cosa. Giocando le prime missioni in compagnia del buon Andrea “Baz” Basilio, che ho scoperto essere un fan della prima ora del titolo Bungie, ci siamo ritrovati in due a pensare praticamente all’unisono che, al netto di tutte le novità, ci si mette davvero poco per sentirsi di nuovo a casa. Ma proprio un attimo. Pur con le novità del caso, tornare a fare pew-pew-pew sui pianeti di Destiny è come farsi avvolgere dalla coperta della nonna, riscaldati da un tepore familiare e impossibile da dimenticare. Non c’è da fare nessuno sforzo per ricordarsi tasti e comandi, e veleggiare con il proprio titano ha un sapore quasi inebriante. Il gameplay continua a essere incredibilmente divertente, sparare ai Vex e all’Alveare dà un gusto e una soddisfazione senza paragoni.

Poi vabbè, a ‘sto giro in Bungie hanno giocato sporco, riciclando spudoratamente metà degli asset del primo Destiny (tra cui il già citato automatico Monte Carlo), e questo indubbiamente contribuisce alla sensazione di cui sopra. Manco serve la mappa per addentrarsi nel Tempio di Crota. La lotta con la versione “incubo” di Taniks Perfezionato la fai quasi a occhi chiusi, perché sai già tutto.

Sentirsi a casa impugnando un pad è una sensazione strana, ma bella. Per me è Destiny, ma è anche DooM (il primo). Per voi è sicuramente altro, ed è giusto così. Casa è dove passi la maggior parte del tempo. Dove ti senti accolto, e le ore passano senza che te ne accorgi. Dove torni sempre con piacere alla fine di un lungo viaggio. Perché il mondo (videoludico) è pieno di posti bellissimi da visitare e da amare, ma non c’è niente come casa. Specialmente se c’è la tua famiglia ad accoglierti.