Ieri sera ho terminato di vedere la prima stagione di Atypical su Netflix, una graziosissima serie (guardatela!) che narra le vicende di un ragazzo autistico e della sua scalcinata famiglia. Sebbene abbia seguito con grande interesse e partecipazione tutte le scene, non ho potuto non restare infastidito dalla quantità di product placement che si è succeduta continuamente, quasi al limite del fastidio. Intendiamoci… capisco benissimo che i costi di produzione sono alti ed è necessario guardare un po’ a tutte le forme di entrata pur di portare a casa il risultato, ma di fronte a una sfacciataggine simile mi sarei atteso almeno un disclaimer di qualche tipo, per lo meno durante la sigla iniziale o a inizio puntata. E invece Atypical – da questo punto di vista – è più tipico che mai e ripesca dal peggio dei film italiani anni ‘80, quando gli attori si accendevano una sigaretta in modo quasi innaturale tenendo in mano il pacchetto con la marca in bella vista, o quando sul tavolo campeggiava una bottiglia di Cynar, con l’etichetta opportunamente rivolta a favore di telecamera.

L’apoteosi avviene nella penultima puntata, quando nel giro di pochi minuti mi sono trovato sparato in faccia in rapida sequenza – senza nemmeno troppo star lì a nascondere la cosa in secondo piano – il logo di Apple, quello di Sony (persino citato da uno dei protagonisti) e quello di Toyota, oltre a una sana bottiglia di Heineken, ché una birretta ci sta sempre bene quando si succedono drammi famigliari senza soluzione di continuità. E non che nelle puntate precedenti la situazione fosse molto diversa, sia chiaro. Il product placement all’ennesima potenza insomma, come non se ne vedeva da tempo immemore.

blade runner product placement editoriale

Al di là delle leggi che in Italia dovrebbero regolamentare la questione (e che non conosco, quindi non mi addentro nell’argomento), il ritorno di questa pratica non segnalata è, a mio avviso, figlia dei tempi che stiamo vivendo ultimamente sul web, dove le attività degli influencer non sono ancora sufficientemente monitorate e laddove la stragrande maggioranza dei soggetti passa un contenuto pubblicitario e retribuito alla stregua di uno genuinamente editoriale.

La mia personalissima impressione è che nel Far West dei contenuti digitali (on demand, ma non solo) non ci sia ancora nessuno in grado di prendere in mano la situazione e definire delle regole chiare, che valgano per tutti i soggetti coinvolti. L’evoluzione (o l’involuzione… vedete voi) tecnologica corre più velocemente delle norme: di fronte al “tana libera tutti” del mercato degli influencer, anche altri soggetti come Netflix stanno rispolverando dall’armadio uno scheletro commerciale vecchio come il cucco.

Per essere chiari, io sono tutt’altro che contrario alla pratica, purché espressamente dichiarata e – possibilmente – garbata (diversamente dal triste esempio qui sopra, tratto dalla prima stagione di Designated Survivor, capace di mandare in vacca in soli cinque secondi la tensione del momento), e magari non reiterata ogni tre fotogrammi; anzi, mi spingo a dire che in certe situazioni possa persino contribuire alla partecipazione emotiva. Per dire, mal sopporterei un ipotetico gioco di Blade Runner con un logo che faccia malamente il verso a Coca Cola, al posto di quello originale; parimenti, girare per una città open world con cartelloni pubblicitari che riconducono a marchi conosciuti aumenterebbe in me l’impressione di verosimiglianza, a solo beneficio del mio coinvolgimento. Però, che si faccia tutto alla luce del sole, nonché con regole chiare di ingaggio verso il consumatore e che valgano worldwide, altrimenti si rischia che il Far West di cui sopra mieta più vittime che sopravvissuti.