Possiedo il tesserino da giornalista dall’ottobre del 2000. Ho sempre preferito la definizione di “critico di videogiochi” a quella di giornalista (a cui ho sempre associato nomi e professionalità di tutt’altro rilievo e caratura), anche perché mi è sempre sembrata più adatta al lavoro che ho svolto fino a maggio di quest’anno. Ma tant’è. Ho cominciato come semplice “staff writer” per The Games Machine, e come caporedattore della rivista ho concluso la mia carriera da critico di videogiochi. Nel mezzo, collaborazioni con altre testate, quotidiani nazionali, siti americani, l’apertura di tgmonline.it (che poi è diventato, per ragioni troppo lunghe da spiegare in questa sede, thegamesmachine.it), e un sacco di altre cose.

Una premessa pallosissima, mi rendo conto, inutile per chiunque, ma che mi serve per dire che ho vissuto per quasi vent’anni nel mondo della stampa videoludica italiana, e che quello che scrivo nasce da una conoscenza abbastanza profonda di come funziona. Potrete non essere d’accordo con quello che scrivo o con le mie opinioni, e ci mancherebbe pure, ma non sul fatto che conosca l’argomento.

E quindi, torno al titolo: la stampa videoludica italiana è morta, o quantomeno destinata a perire nel giro di poco tempo. Il motivo è presto detto: della stampa videoludica, in Italia, non frega un cazzo a nessuno.

Non interessa innanzitutto ai lettori. Basta farsi un giro su un qualsiasi social, per capire che si è ormai del tutto persa nel vuoto cosmico la voglia di confrontarsi, di discutere, di parlarsi anche solo per accettare il fatto che si possono avere idee diverse su un argomento. Nel mondo dei videogiochi, almeno da queste parti, è così da un pezzo. Non conta la recensione e non conta la qualità dell’analisi: importa solo il numeretto in fondo all’articolo, la media di Metacritic, ad andar bene il commento. In generale, chi viene a commentare le recensioni lo fa solo per dire che non è d’accordo, che ci sono scritte un mare di fesserie, per gridare ai soliti complotti ecc… ecc… La complessità fa schifo e viene evitata a ogni costo. Non interessa un’analisi basica, figurarsi qualsiasi tentativo di portare la discussione su binari un po’ più alti. Non tanto, eh, solo un pochino. Tra giocatori ci si lamenta in continuazione di quanto la stampa generalista continui a considerare i videogame come “giochini”, tutti lì col mignolino all’insù a dire che il medium è arte; poi, quando qualcuno prova a proporre una lettura meno banale e che si sforza di andare un po’ oltre il solito giro di grafica/sonoro/longevità, allora sono solo pipponi filosofici inutili. Un periodo in cui la complessità è inaccettabile, tutto dev’essere semplice, bianco o nero: non c’è tempo, men che meno voglia, di capire o di comprendere. C’è solo spazio per cercare conferme alle proprie idee, e rinchiudersi sempre più nella propria “bolla”, oppure per attaccare chi la pensa in maniera diversa. Solo bianco o nero.

stampa videoludica italiana rip
Non interessa agli editori, cui in generale la qualità frega pochino. I lavori ben fatti hanno lo stesso valore di quelli mediocri, ché l’unica cosa che conta è riempire lo spazio, generare clic, creare contenuti su cui veicolare banner e adv. La visione complessiva, in generale, è piuttosto miope e desolante. L’unico interesse (che di per sé non è mica sbagliato, ma necessiterebbe di vivere in minor solitudine) è portare i conti in attivo, e di farlo faticando il meno possibile, il che significa avere tanti contenuti a costi sempre minori. E quindi sotto con le recensioni gratis, pagate con le promo dei giochi, con newser che lavorano 7 giorni su 7, dalla mattina alla sera, per portare a casa un centinaio di euro quando va bene, sperando magari prima o poi di poter recensire un gioco, o di partecipare a un evento stampa. Ogni altra alternativa richiede progetti editoriali non già rischiosi, ma un minimo coraggiosi, richiede sbattimento (ossia investimenti, anche solo di tempo), e nessuno ha voglia di farselo. E del resto, i siti di videogiochi in Italia sono fatti tutti con lo stampino e non ce n’è uno che si sforzi anche solo un po’ di portare avanti una linea editoriale un po’ diversa.

Il succo è che la stampa videoludica italiana è morta perché non c’è nessuno a cui freghi un cazzo che sia viva

La (buona) stampa videoludica non interessa ai publisher e ai produttori di videogiochi, alle aziende economicamente investite in questo settore, alla cosiddetta industry. Della qualità di una recensione all’industry italiana non frega niente, men che meno di sapere che c’è gente che finisce i giochi e può quindi parlarne a ragion davvero veduta, che ci sono professionalità maturate nel corso degli anni, e che hanno a cuore innanzitutto il rispetto per i lettori (e potenziali acquirenti) e per il valore dei loro acquisti. E perché mai dovrebbe fregargliene qualcosa? I publisher hanno sempre considerato la stampa specializzata un male necessario con cui dover bene o male fare i conti, ed è stato così fin quando le recensioni erano in grado di condizionare il mercato e le vendite. Oggigiorno – nell’epoca degli youtuber, degli influencer, delle campagne promozionali e delle iniziative di marketing, della brand awareness e di tutto il resto – il valore misurabile di una recensione è sceso sottozero. Le recensioni non spostano di una copia le vendite dei videogiochi, e chi pensa il contrario è un illuso. Ergo, chi se ne frega del diritto del potenziale cliente a essere informato se un gioco merita o no i suoi (sudati) soldi.

La stampa videoludica italiana non interessa agli inserzionisti o ai centri media, che preferiscono spalmare i loro budget media sui “soliti” siti più visitati, ché è troppo sbattimento capire quali potrebbero effettivamente svolgere un lavoro migliore per il loro cliente. Ragionare su progetti speciali, idee, spunti creativi di qualsivoglia natura richiede uno sforzo che una banale suddivisione aritmetica per pageview e utenti unici non richiede, e quindi perché farlo? E infatti, non viene fatto.

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Per finire, ed è la cosa più grave, della stampa videoludica italiana non frega un cazzo a chi la fa. A quasi tutti, perlomeno. Il costo del lavoro in questo settore è precipitato nel corso degli anni, e continuerà a scendere fino ad arrivare allo zero, e ormai non manca molto. Del resto, non è complicato: è semplice matematica. Se Tizio lavora per X euro, e Caio può (e vuole) svolgere lo stesso lavoro per 0 euro, il costo del lavoro quantomeno si dimezza, e Tizio finisce per essere pagato la metà. Al giro successivo, Tizio lavora per X/2 e Caio sempre per 0, e Tizio si ritroverà – a meno di non voler essere lasciato a casa – a lavorare per X/4. A un certo punto Tizio si stufa e decide che è ora di trovare uno stipendio dignitoso; Caio, nel mentre, viene pagato X/8 per fare il suo lavoro, ed è pure tutto contento, perché fino al giorno prima lavorava gratis. E là fuori ci sono un sacco, ma proprio un sacco di Caio: vuoi per avere i giochi in omaggio; vuoi per vedere il proprio nome pubblicato sotto quello del logo di una testata importante; vuoi per poter aggiungere una voce nel CV; vuoi per poter dire “io scrivo di videogiochi”; vuoi per arrotondare con quattro spicci, in attesa di trovarsi un lavoro vero o di finire l’università. Lasciatemi essere chiaro, su questo punto: il problema non sono i Caio e non è la guerra tra poveri. Il problema vero è che il mercato ammette, e anzi incentiva questo approccio. Perché un editore dovrebbe pagare uno stipendio normale, diciamo 1500 euro al mese, per una persona che – se va bene – può scrivere una ventina tra recensioni e anteprime e andare a qualche evento, quando con la stessa cifra può pagare dieci o più ragazzini che garantiscono diverse centinaia di news, anche se scritte male, e senza alcun criterio giornalistico, e comunque qualche recensione e anteprima sicuramente la fanno comunque, ché tanto il gioco glielo regalano? Non c’è neanche da porsi la domanda! Del resto, il mercato del lavoro in questo settore è peggio del Far West: sono le Wasteland di Mad Max, senza nessuna regola e senza nessuno che si prenda la briga di farle rispettare. Non ci sono barriere all’ingresso, non ci sono norme, non c’è controllo e non c’è volontà alcuna di cambiare le cose. L’esempio che faccio sempre, e a cui non trovo mai una risposta in grado di smontarlo, è: andreste a farvi sistemare una carie da uno che di giorno fa il meccanico e la sera, a tempo perso, gratis, aggiusta i denti perché è la sua passione, senza aver studiato e senza aver fatto pratica? La risposta è che no, non ci andreste, perché non vi fidereste. E se anche ce ne fosse uno bravo (perché quelli bravi ci sono sempre) e di cui vi fidate, non ci andreste perché non potrebbe esercitare; gli farebbero chiudere baracca e burattini in tempo zero. Il mondo del giornalismo videoludico in Italia, invece, funziona proprio così: tranne qualche sempre più rara mosca bianca (tipicamente i caporedattori delle testate più importanti), TUTTI gli altri collaboratori hanno un altro lavoro (e del resto, come mantenersi, altrimenti? A suon di 20 euro lordi a pezzo, quando è festa?), oppure studiano. E nessuno ha un contratto giornalistico, figurarsi. Quelli che hanno uno stipendio normale sono inquadrati come grafici editoriali quando va bene, o come generiche partite IVA.

Il succo è che la stampa videoludica italiana è morta perché non c’è nessuno a cui freghi un cazzo che sia viva.

Non ho smesso di fare il caporedattore di The Games Machine perché mi andava. Ho smesso perché, in questi venti anni, ho visto sempre e solo calare i compensi per chiunque, dal caporedattore più blasonato ai collaboratori; perché ho cenato con gente che si vantava di vendere i voti per poter avere campagne pubblicitarie; perché ho visto calare ogni anno la cifra che gli editori pagavano per il mio lavoro e quello dei miei collaboratori; perché ho lavorato con lo stipendio dimezzato mentre facevo la chemioterapia; perché ho accettato riduzioni di compenso a tempo indeterminato per “solidarietà”; perché ho pagato di tasca mia cose che in qualunque ambito professionale non sarebbe pensabile che un collaboratore paghi di tasca sua; perché non ho mai avuto un contratto che fosse uno, ma ho sempre lavorato tanto. E la proposta di continuare a farlo “per la gloria”, mi è sembrata un po’ fuori tempo massimo, per tanti motivi. Ma è anche stato un segnale chiaro ed evidente della direzione verso cui ci si sta muovendo.

La stampa videoludica non è morta, e in fondo non morirà. Sopravviverà, come fenomeno amatoriale, senza alcuna pretesa o velleità di professionalità, di affidabilità, di rispetto per il lettore. Ci saranno ancora decine e decine di siti, blog e webzine, scritte con amore e passione da chi di giorno fa un altro lavoro, e nel tempo libero ha deciso di fare il critico videoludico, se gli va bene a venti euro lordi al pezzo. Può anche essere corretto, per carità. Solo, abbiamo almeno il coraggio di non chiamarla più stampa.