Quest’anno, per la prima volta dopo una bella manciata di anni, non ho assistito alla BlizzCon. Un po’ mi è dispiaciuto, lo ammetto: il primo week-end di novembre era diventato ormai sinonimo di occhiaie, coperta sulle spalle da bravo vecchio, tisana calda in mano e lunghe sessioni di Q&A che, inutile negarlo, spesso riuscivano a mettermi in imbarazzo. Quest’anno, invece, il Fato ha deciso diversamente, e ha optato per un bel piatto di polenta a casa Todeschini, a discutere assieme al buon Kikko di argomenti culturalmente elevati come ilcazzo. La mia assenza, seppur virtuale, alla BlizzCon può comunque essere vista come una cruda metafora dei tempi che cambiano: le ore che riesco a dedicare ai videogiochi sono sempre meno, e soprattutto non sono più “concentrate” in lunghe sessioni serali, al calduccio della mia casetta, ma diluite in breve sessioni di massimo una ventina di minuti nei luoghi più disparati.

Non è la prima volta che tesso le lodi di Nintendo Switch (che sta pian piano diventando il mio fido compagno di avventure) e dello smartphone, dispositivo sempre più adatto a ogni evenienza, tra cui l’immancabile sessione videoludica sul cesso. A quanto pare, però, non sono l’unico a pensarla in questo modo, almeno a giudicare dagli investimenti delle grandi software house: nell’ultima manciata di mesi abbiamo assistito all’annuncio di The Elder Scrolls Blades, cogliendo tutti di sorpresa sulle caratteristiche del nuovo capitolo della saga Bethesda; abbiamo festeggiato (più o meno) l’arrivo di PUBG e Fortnite nelle nostre tasche; infine, notizia fresca fresca proveniente appunto dall’ultima BlizzCon, siamo rimasti sconvolti per Diablo Immortal, che porterà nel mondo mobile tutte le gioie (e le sofferenze) del hack’n’slash in salsa Blizzard.

Io, lo ammetto candidamente, sono entusiasta per tali annunci. Il mio stato d’animo non è però condiviso dalla grande folla: i videogiocatori sono, da sempre, un manipolo di ultras pronto a combattere ogni guerra possibile, dalla supremazia di una console sulla concorrenza al voto in calce di qualsiasi recensione, sempre sbagliato e da criticare. E sia ben chiaro che, facendo parte anch’io della categoria, mi ci metto in mezzo in tutto e per tutto, anche se con il passare degli anni gran parte della “carogna” che porto sulle spalle si è tranquillizzata. C’è una guerra, però, che non finirà mai, perché arrendersi vorrebbe dire perdere la nomea di “videogiocatori incazzati e pronti a tutto pur di vincere”: quella contro i “Gamer da Smartphone”.

Al sol pensiero che un ceffo qualsiasi con uno smartphone in mano possa anche solo considerarsi al pari di un giocatore duro e puro, tutti i militi videoludici sarebbero in grado di riunirsi sotto un’unica bandiera, ignorando – almeno momentaneamente – dispositivo di gioco ed esclusive di sorta. Finché si trattava di metter fuori combattimento i giocatori occasionali di Candy Crush Saga il compito era semplice, ma con l’arrivo di titoli del calibro di Hearthstone (“è multipiattaforma, non vale”), The Elder Scrolls Legends (come sopra), i vari Final Fantasy (“eh ma sono dei port”), Arena of Valor (“hanno copiato League of Legends, non vale”) e chi più che ha più ne metta, la lotta si è fatta sempre più dura. Quando, però, sia Bethesda (che già aveva scommesso sull’universo mobile con Fallout Shelter), sia Blizzard decidono di entrare a gamba tesa nelle nostre tasche, mentre colossi come Razer producono i primi “Gaming Phone” ufficiali, direi che rimane ben poco da combattere.

Sono dispiaciuto per tutti quegli utenti che si sentiranno minacciati dai “gamer della domenica”, che vivono smartphone in mano. No, in realtà non lo sono. Sono però felice di aver un bel mucchio di nuove occasioni da sfruttare per dedicare quei pochi minuti quotidiani al mio passatempo preferito. Non diventi videogiocatore perché hai un PC con due GeForce 1080 Ti all’interno, ma perché riesci a goderti la tua passione anche dove meno te lo aspetti.